Un’illustrazione che raffigura sette codici a barre neri sparsi su uno sfondo bianco con un ottavo codice a barre grigio chiarissimo. Sotto ogni codice a barre nero c’è una scritta, fatta con un carattere a spaziatura fissa di quelli facilmente leggibili dalle macchine, con il nome o la sigla di sette patologie: anoressia, ADHD, depressione, ptsd, autismo, DOC, bulimia.
Psiche

Se l’etichetta è scaduta, come cercare il senso?

Avvicinare la sofferenza non vuol dire definirla, etichettarla, classificarla; richiede invece ascolto, pazienza, attesa, presenza.

Ho letto, da qualche parte, queste parole di Chandra Candiani, la poetessa: «qualunque tipo di malattia ha un problema di comunicazione e le è necessaria la ricerca di una nuova grammatica». Parole misteriose che, all’improvviso, ne fanno accorrere prepotentemente alla mia mente altre: anoressie, bulimie, DOC, disturbi del comportamento, ADHD, depressioni. Acronimi e incomprensibili vocabolari si aprono davanti a noi: parole che allontanano, sospingendoci quasi in uno spazio in cui non possiamo che sentirci persi o inadeguati a capire.

Tra i giovanissimi sembra siano in aumento le depressioni, i disturbi alimentari, i comportamenti autolesivi. Un dato che non voglio contestare. È altrettanto vero, però, che dietro questi dati e categorie c’è un mondo di significati e di senso (strano che, invece, spesso proprio attraverso le definizioni più accurate il senso non sia colto, ma anzi ci si ritrovi spaesati!).

Per coglierlo, il senso, abbiamo bisogno di metterci in ascolto, di domandare, e soprattutto di pazientare sulla soglia del dolore (quello del portatore della cosiddetta malattia), per scoprire piano piano le geometrie che quel dolore disegna, anche quando passa per un corpo segnato, maltrattato, punito, leso.

Forse dovremmo ricordarci più spesso che non abbiamo un corpo, ma siamo il corpo: da qui potrebbe nascere, io credo, la possibilità di con-prendere quello che sta esprimendo, anche se nella forma più spaventosa e inquietante: prendere-insieme (e non capire e categorizzare), accogliere da una parte e anche ascoltare, restare in attesa di un dolore che si rivela e che da corpo possa farsi parola.

Penso che in fondo siamo chiamati, noi adulti, a mettere in atto quella funzione bioniana, propriamente materna, la rêverie, che riesce, “rimasticando” le angosce espresse dall’altro, a restituirgli significati non sempre chiari nel linguaggio, ma così evidenti sui corpi. Allora, se un universo adolescente sembra volerci dire qualcosa, proviamo a non restituire soltanto categorie! Se ci muoviamo unicamente in questo modo, saranno i ragazzi stessi a chiedercele: a chiedere di fornire loro la definizione di un malessere esistenziale, per sentirsi finalmente pacificati e riconosciuti.

Penso che potremmo invece, oltre le etichette rassicuranti, provare a riconoscere davvero quello che ragazze e ragazzi provano e sentono, cercando insieme i significati e il senso di ciò che accade in quelle lotte con il cibo, nei tagli, nei gesti ripetuti, nei ritiri dal mondo, nelle violente opposizioni o in quel chiudersi senza scampo.

E credo che questo rappresenti, al contrario di quello che si teme, un modo per alleggerire il peso del dolore: non nel senso di renderlo superficialmente leggero, ma “portabile” (forse anche perché lo si può portare insieme): una fatica che non cada nel vuoto e nella solitudine di un’etichetta, ma che possa avere una dignità propria e una cittadinanza senza vergogne.

Psicologa, filosofa e formatrice. Si occupa di adolescenti e di problematiche legate all'alimentazione.

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