Mamma e papà ci lasciano in eredità due paia di chiavi; mamma le chiavi di casa e papà le chiavi della macchina.
Così almeno in una conversazione gentile e profonda, uno dei miei maestri mi spiegava anni fa come funziona la cosa.
In fondo da sempre siamo governati da due spinte, spesso contrapposte; l’una ci comanda di uscire, di governare la paura e di gettarci nel mondo, l’altra ci dice che però a casa c’è sempre qualcuno che ci aspetta.
Se ci pensiamo bene il tutto è interessante: il materno è il mondo dal quale proveniamo e il paradiso perduto per il solo fatto di essere nati; il paterno invece è la sfida, l’atto del cuore (coraggio) di confrontarci con le nostre peggiori paure, di andare oltre.
Certo, in una modernità che ci consegna una visione della realtà comoda e superficiale, che per farci fare meno fatica ha già sciolto le ambiguità, abolito le ambivalenze, risolto le complicazioni sembra inattuale pensare che dentro di noi alberghino questi due desideri contrapposti, che al nostro interno noi abbiamo una natura conflittuale e duplice.
Tutta la nostra vita, a mio modo di vedere, si svolge dunque su questa direttrice: una terra da abbandonare e per la quale si sente una ontologica nostalgia (nostos-algo, dolore del ritorno) e un mondo verso il quale vogliamo andare, un mondo talvolta pieno di insidie e di pericoli ma che vale la pena di conquistare.
Immaginando, dunque, di vedere questa cosa non dalla prospettiva di figlio ma da quella di genitore, dove paterno e materno non vogliono essere identificati tout-court con maschile e femminile, ma vadano presi alla moda della teoria dei Codici Affettivi di Franco Fornari, allora mi sembra che la sfida sia quella di accettare le fatiche che il processo di crescita comporta.
Il materno dovrà tollerare che si esprima un amore fatto di un progressivo distanziamento da sé, l’amore più costoso, ovvero quello di preparare l’altro a poter fare a meno di noi.
Al paterno invece tocca di tollerare il rischio dell’esistenza, che è stare fuori (ex-sistere), mettersi alla prova, fare i conti con la solitudine, con la notte buia, il freddo che taglia la pelle, il vento che rallenta il cammino.
A giudicare da ciò che mi tocca di vedere, un po’ per mestiere e un po’ come “persona informata dei fatti”, mi sembra che invece si viva prigionieri di un materno che si trasforma in sirena e ci promette vita eterna purché non si lasci l’utero, e un paterno che non ce la fa più a far la parte del guastafeste, a dare dei limiti.
Così facendo stiamo crescendo dei piccoli semidei che non ne vogliono sapere della fatica, del ferro e del fuoco che vivere implica, che proiettano sul mondo la responsabilità dei loro inciampi; insomma, un mondo in cui la colpa è sempre del cavallo e non del cavaliere, il mondo dell’invettiva e del risarcimento.
Per uscire da tutto ciò potremmo, in un atto di vera e propria empietà nei confronti del “sapere” e del “bel-pensiero”, proporre corsi di formazione per aiutare i genitori a tornare stolidi, ottusi, poco empatici e distanzianti. Gente che quando non capisce cosa accade tace, che quando non sa dove andare sta ferma, che tollera di lasciare il figlio in balia della propria vita, a commettere i propri errori.
Ma queste sono cose che non si debbono pensare e che ci metterebbero contro le migliaia di dotti addestratori di uomini, produttori di manuali del come si vive, senza i quali davvero non sapremmo cosa fare.